23 marzo 2017

Api buridane e Bee Happy insieme a Cagliari il 24 Marzo 2017

Il 24 Marzo alle 17:30 nella Libreria Miele Amaro di Cagliari presento due libri:
Api buridane di Luigi Manias e Bee Happy di Barbara Bonomi Romagnoli.



Le presentazioni proseguono sabato 25 marzo a Ghilarza, a Bonarcado e a Santu Lussurgiu:

18 marzo 2017

Tre minuti, un palco, i riflettori, il pubblico e la giuria. Con FameLab la scienza può emozionare e divertire

Un palco, i riflettori, il pubblico, la giuria e 3 minuti di tempo. Erano questi gli ingredienti della selezione regionale del concorso FameLab che si è svolta nell’Auditorium dell’Osservatorio Astronomico di Cagliari, alla quale hanno partecipato sei concorrenti: Alessandro Serra (ingegnere ambientale), Francesca Loi (dottoranda all'Osservatorio Astronomico Cagliari), Francesco Palmas (dottorando chimica), Eugenio Redolfi Riva (bioingnere), Silvia Acosta Gutierrez (laureata in fisica, borsista università di Cagliari), Matteo Bachetti (astrofisico). Ogni concorrente ha illustrato (a voce, con i gesti e per mezzo dei pochi oggetti che ha deciso di portare sul palco) prima un aspetto specifico della sua ricerca e poi qualche concetto generale dell'argomento di studio.
Ai primi due posti della classifica i due concorrenti che sono stati valutati meglio in relazione al contenuto esposto, alla chiarezza espositiva e al carisma: Matteo Bachetti e Eugenio Redolfi Riva. Nel mese di maggio parteciperanno alle selezioni nazionali, in programma a Roma, insieme ai vincitori di Ancona, Catania, L'Aquila, Modena, Napoli, Padova, Perugia, Torino e Trieste.

Matteo Bachetti (INAF, Cagliari) mi ha colpito molto perché nella prima dimostrazione ha illustrato l'effetto Doppler aiutandosi con la chitarra elettrica. Così sono andato a porgli tre domande.
Come è nata l'idea di questa dimostrazione e come l'hai messa in scena?
«Volevo qualcosa che desse bene l’idea dell’Effetto Doppler. La prima idea è stato l’esperimentino con la radiolina fatta ruotare con la corda, che poi ho usato nel secondo pezzo. Solo che l’effetto non veniva percepito molto bene, sarebbe servita una corda più lunga per rallentare la rotazione mantenendo una buona distorsione del suono, e sarebbe diventato pericoloso visto lo spazio ristretto sul palco. Così ho pensato di mimare l’effetto. A casa le chitarre e i relativi accessori non mancano, ho da sempre questa grande passione, e con il bottleneck (per i non addetti ai lavori: il tubo di metallo che avevo al mignolo) si poteva ottenere un cambio di nota continuo e alla velocità che volevo. La chitarra acustica dava un risultato accettabile ma non efficace come l’elettrica. Visto che tutto il materiale per i pezzi doveva essere portato addosso, ho usato un amplificatorino Marshall-MS2 da un Watt attaccato alla cinta.»
L'astrofisica ti ha sicuramente portato a confrontarti con ricercatori di svariate provenienze geografiche, questo ha contribuito in qualche modo a facilitare il tuo modo di esprimerti in pubblico o la tua disinvoltura sul palco è frutto invece di una ricerca e di una sperimentazione di tattiche comunicative sempre più efficaci?
«Alle conferenze è molto frequente che si parli ad una platea di persone che guardano lo schermo del computer finché non sentono qualcosa di interessante. Diciamo che è stata una buona scuola per cercare di trovare delle parole chiave che acchiappassero la loro attenzione. La musica mi ha dato un altro pezzettino di aiuto, dato che stare sul palco crea delle emozioni che le prime volte sono difficili da gestire. Però niente mi ha preparato a questo esercizio di sintesi estrema, corredato dalla necessità di uscire dal mio vocabolario tecnico e parlare in termini semplici, richiesto da Famelab. Devo dire che oltre al team di divulgazione dell'Osservatorio Astronomico di Cagliari, che negli anni ha cercato di trasmettere a noi ricercatori alcune buone pratiche per la divulgazione, negli ultimi due giorni mi ha dato una grossa mano una coach di eccezione: mia moglie. Anche lei è laureata in Fisica, e non fa finti complimenti. Se una cosa non funziona, non si fa remore a dire che è una schifezza. E i due pezzi sono cambiati in modo drastico nelle 24 ore prima di Famelab.»  
Stai già pensando cosa mostrerai alle selezioni nazionali?
«Ho una vaga idea, ma anche in questo caso ho pensato a lungo a cosa fare e solo negli ultimissimi giorni ho definito la struttura dei due pezzi, in gran parte rivoluzionandoli.»


La manifestazione è stata coordinata dall'Osservatorio Astronomico di Cagliari con la collaborazione dell'Università di Cagliari, dell'INFN - Istituto Nazionale di Fisica Nucleare, INAF e della società Laboratorio Scienza.
Io ho avuto l'onore di far parte della giuria e ho quindi coronato il mio sogno di partecipare a FameLab. Scherzi a parte, FameLab mi ha insegnato che è giusto premiare sia lo sforzo di fantasia necessario a trasmettere, in modo avvincente, dei contenuti rigorosamente scientifici, che lo sforzo di rappresentare esempi di fenomeni scientifici con strumenti non convenzionali (ad esempio con uno strmento musicale) o di far ridere (come sono riusciti a fare alcuni concorrenti) nell'atto di comunicare gli stessi contenuti. Perché, in fondo, se il rigore scientifico è salvo allora semplificare può fare rima con emozionare. E scusate se è poco.


Andrea Mameli, blog Linguaggio Macchina, 18 marzo 2017

13 marzo 2017

Social Che? Non strumenti ma relazioni (Porto Torres 12 marzo 2017)

Domenica 12 marzo io e Marco siamo stati invitati a offrire una panoramica sui social media (e qualche esempio dell'uso che se ne può fare) nel corso dell'assemblea degli educatori Agesci ("Testimoni digitali,  adulti in rete"), quasi 80 persone (provenienti da Alghero, Ozieri, Porto Torres, Sassari) che ringrazio di cuore per l'invito.
Ho esordito con il classico "ho una notizia brutta e una buona" e ho dato prima la brutta, con un video che mostra quali rischi si possono correre mettendo in giro troppe informzioni. E ho continuato la "Piramide dei bisogni" (Maslow, 1954) che posiziona la necessità di comunicare proprio al centro della piramide.
Così la prima domande per il pubblico - "Cosa significa comunicare?" - è servita per raccogliere una serie di spunti (sviluppati nel corso di 3 ore... che sono davvero volate via) e per inquadrare la giornata: non siamo qui per parlare di strumenti ma di relazioni.

Porto Torres, 12 marzo 2017 [Foto: Luca Muru]
Qualche esempio (lo stile di Gianni Morandi, Snapchat per comunicare i musei, il cantiere archeologico di Serri su Instagram, il canale Youtube Wilderness Calling, il profilo Twitter @bimboinspalla e la pagina Facebook BuoneNotizieSecondoAnna) e poi una sintesi dei dati più importanti: quanti utenti per ogni tipo di social e piattaforma di messaggistica, in Italia e nel mondo (valori aggiornati a fine gennaio 2017). Poi due domande al pubblico: quali social usate e perché lo fate. Risposte nella media italiana (gli over 24 preferiscono Facebook, agli adolescenti piace più Instagram, entrambi comunicano con WhatsApp.

Poi ha preso la parola Marco (13 anni, profondo conoscitore del fenomeno youtuber) per mostrare la sua analisi delle preferenze degli adolescenti in fatto di video.
Porto Torres, 12 marzo 2017 [Foto: Andrea Mameli]
Poi qualche spunto per i prossimi incontri, a cura di altri relatori (a ciascuno le sue competenze!): scandagliare la dimensione educativa di questi "luoghi di comunicazione" come li chiama la stessa Agesci nel vademecum di buone pratiche sull'uso dei social network (2015) e la dimensione giuridica (ambito in cui abbiamo appena citato il caso Bodil Lindqvist, la catechista svedese condannata per aver pubblicato foto dei bambini senza l'autorizzazione dei genitori, giusto per dare un'idea). 

Porto Torres, 12 marzo 2017 [Foto: Luca Muru]
Nel corso della mattinata c'è stato spazio anche per i 10 consigli del Manifesto della comunicazione non ostile, preso a modello di comportamento sostenibile:
Il manifesto della comunicazione non ostile


Ma abbiamo citato anche Paola Antonelli, perché nel 2013 ha portato i videogiochi dentro le sale del MoMA, il più importante museo di arte moderna del mondo, nel quale è responsabile del Dipartimento di Architettura e Design.

E non poteva mancare un riferimento a Padre Christian Steiner il frate domenicano che si occupa di pastorale digitale e scrive "Gesù risorto conosce meglio di Larry Page, di James Cook e diZuckerberg che cosa è il digitale e internet. In quanto produce bontà, verità, bellezza, ne è lui l’ispiratore".

Una mattinata intensa e ricca di stimoli, ma che dimostra che c'è sempre bisogno di aggiornarsi, di esplorare e di analizzare in maniera critica (ma costruttiva) tutto quello che ci circonda. In fondo, parafrasando Antonio Gramsci, avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza. Per mantenere una posizione di equilibrio tra gli entusiasti e i catastrofisti.

Andrea Mameli, blog Linguaggio Macchina, 13 marzo 2017 





La locandina dell'incontro

12 marzo 2017

"Social che?" (Porto Torres, 12 marzo 2017)


"Social che?", domenica 12 marzo 2017 (Porto Torres, Parrocchia Spirito Santo, via IV novembre) dalle 10:00 alle 12:30 all'interno del convegno dal "Testimoni digitali. Adulti in rete"

04 marzo 2017

Il cervello degli chef. Uno studio del CNR IBFM di Catanzaro pubblicato su Plos One

Uno studio dell’Istituto di bioimmagini e fisiologia molecolare del Consiglio nazionale delle ricerche (Ibfm-Cnr) di Catanzaro pubblicato sulla rivista Plos One svela il cervello degli chef: Increased cerebellar gray matter volume in head chefs.
I ricercatori si sono chiesti se il lavoro di direzione di cucina possa indurre un iper-sviluppo cerebrale e rendere più abili e veloci: le attività che richiedono un continuo aggiornamento e perfezionamento delle capacità acquisite nel tempo sono infatti di fondamentale interesse scientifico.
«Le neuroscienze - spiega Antonio Cerasa, il ricercatore Ibfm-Cnr che ha ideato e coordinato lo studio - si sono sempre occupate di musicisti, scacchisti, taxisti e sportivi, dimostrando che l’allenamento finalizzato al miglioramento delle proprie prestazioni produce fenomeni di plasticità neurale rilevabili con le tecniche di risonanza magnetica. Nessuno, però, aveva mai studiato gli chef, una categoria di lavoratori impegnati per lunghi periodi di tempo in un’attività motoria e soprattutto cognitiva molto particolare».
Il gruppo di ricerca ha sottoposto undici head chef della Calabria, selezionati dalla Federazione italiana cuochi (Fic), a un esame di risonanza magnetica e a una lunga serie di test neuropsicologici.
«Volevamo scoprire - continua Cerasa - se questa categoria possedesse una particolare abilità cognitiva associata ad un cambiamento strutturale del cervello. Le neuroimmagini ci hanno rivelato che in effetti il loro cervelletto, la parte del cervello conosciuta per il suo ruolo essenziale nella coordinazione motoria e nella programmazione cognitiva di atti motori, presenta un aumento di volume della materia grigia».
Dai test è anche emerso che le variabili associate all’aumento di volume cerebrale sono la dimensione della brigata di cucina e le abilità nello svolgere un compito di pianificazione motoria: all'aumentare delle persone coordinate corrisponde un aumento di volume del cervelletto.
«Questi risultati - conclude Cerasa - confermerebbero che l’allenamento produce modifiche a lungo termine sia a livello comportamentale sia a livello organico, rendendo il cervello degli chef ‘speciale’ come quello di altri expert brains già studiati dalla letteratura scientifica».

03 marzo 2017

C'è scienza da comunicare al Liceo Asproni di Iglesias (e c'è la splendida cattedra del professor Lumini)

Impari a fare una cosa e finisce che a furia di farla non pensi che altri potrebbero trovare utile sapere come fai. Così se qualcuno ti chiede di raccontarlo ti sorprendi. Poi capisci che il tuo contributo può avere un senso. Mi è successo oggi al Liceo Scientifico "Giorgio Asproni" di Iglesias dove ho raccontato come scrivo le recensioni di libri. L'invito mi è arrivato da Elisabetta Carta, insegnante di lettere e coordinatrice del Premio Asimov per l'editoria scientifica divulgativa per quella scuola. Ho accettato volentieri e sono molto contento di averlo fatto perché, come sempre in questi, casi ho imparato qualcosa di nuovo.
Nel mio seminario, intitolato Tra bufale e certezze, Scienza da comunicare, ho fornito ai presenti (studentesse e studenti del triennio), qualche consiglio su come scrivere una recensione di uno dei libri indicati dal Premio. Ho parlato anche di social e di bufale, di ecochamber e di filterbubble, di invenzioni e di scienza, del Manifesto della Comunicazione non ostile e delle 5 W.
Ma come sempre l'aspetto più vivo della storia è stato l'intervendo del pubblico, con le domande dei ragazzi e loro opinioni sui libri che stanno leggendo: La nascita imperfetta delle cose (di Guido Tonelli), Il vaccino non è un'opinione (di Roberto Burioni), Per un pugno di idee: Storie di innovazioni che hanno cambiato la nostra vita (di Massimiano Bucchi), L'universo senza parole (di Dana MacKenzie). Questi libri sono pieni di scienza da comunicare e i ragazzi dell'Asproni ci stanno lavorando. Spero che il mio contributo possa rivelarsi utile, in qualche modo. Ho anche scoperto che nel pubblico di stamattina c'era una studentessa, Elisabetta Lombardo, che nel 2015 ha vinto il premio "Un giorno da ricercatore" indetto dalla Scuola Normale Superiore di Pisa.

All'interno del liceo Asproni ho anche ritrovato Massimo Lumini, architetto e insegnante, esperto di Biomimetica e ideatore del progetto di orientamento BionikonLab. Nei miei ultimi minuti a Iglesias ho avuto modo di apprezzare il suo laboratorio e la sua cattedra. La cattedra più bella del mondo: vivacemente colorata e creativamente disordinata (o diversamente ordinata).

Andrea Mameli, blog Linguaggio Macchina, 3 Marzo 2017

28 febbraio 2017

Il ritratto genetico della Sardegna Mesolitica. The genetic make-up of Mesolithic Sardinia

Il ritratto genetico della Sardegna Mesolitica
Uno studio condotto sul DNA mitocondriale conferma che la struttura genetica della Sardegna attuale è riconducibile a una massiccia migrazione avvenuta nel corso delle prime fasi del Neolitico.
Lo studio, pubblicato sulla rivista Scientific Reports (Complete mitochondrial sequences from Mesolithic Sardinia; authors: Alessandra Modi, Francesca Tassi, Roberta Rosa Susca, Stefania Vai, Ermanno Rizzi, Gianluca De Bellis, Carlo Lugliè, Gloria Gonzalez Fortes, Martina Lari, Guido Barbujani, David Caramelli e Silvia Ghirotto) è stato coordinato da David Caramelli dell’Università di Firenze, da Silvia Ghirotto, del gruppo di ricerca di Guido Barbujani dell’Università di Ferrara, con la collaborazione di Carlo Lugliè, dell’Università di Cagliari, e ha sfruttato la caratterizzazione del DNA mitocondriale recuperato da due reperti umani datati circa 10.000 anni fa e provenienti dal sito archeologico di Su Carroppu a Sirri (Carbonia-Iglesias).
Le sequenze ottenute sono state confrontate con dati genetici antichi e moderni.
Il DNA prelevato dallo scheletro di due individui mesolitici rappresenta il più antico dato genetico della Sardegna. 
Secondo David Caramelli "Le analisi suggeriscono che la variabilità genetica presente oggi nell’isola sia molto diversa da quella dei primi abitanti della Sardegna, e che derivi in larga misura da una migrazione dal continente europeo avvenuta durante il Neolitico. Già in epoca preistorica la Sardegna era molto particolare, con una popolazione diversa dal resto d’Europa.”
Le sequenze mesolitiche sarde appartengono ai gruppi J2b1 e I3, oggi presenti in Europa con frequenze basse o molto basse.
(a) the location of Su Carroppu rockshelter, Sardiania (Italy) and (b) pictures of the 3 samples used in this study

The genetic make-up of Mesolithic Sardinia
A mitochondrial ancient DNA study published in Scientific Reports (Complete mitochondrial sequences from Mesolithic Sardinia; authors: Alessandra Modi, Francesca Tassi, Roberta Rosa Susca, Stefania Vai, Ermanno Rizzi, Gianluca De Bellis, Carlo Lugliè, Gloria Gonzalez Fortes, Martina Lari, Guido Barbujani, David Caramelli and Silvia Ghirotto) confirms the hypothesis that modern inhabitants of Sardinia derive their genetic variation from a massive migration from the European Continent during Neolithic times. The ancient DNA data retrieved from two Mesolithic skeletons represents the oldest genetic data ever studied in Sardinia, as well as a genetic proof of a Pre-Neolithic occupation of the island.
The team of reaserchers, leaded by David Caramelli from the University of Florence and by Silvia Ghirotto and Guido Barbujani from the University of Ferrara, applied the most advanced techniques for the sequencing and analysis of ancient DNA from human remains dated 10,000 yBP and coming from the Su Carroppu archaeological site, Sirri (Carbonia-Iglesias). The ancient DNA sequences have been then compared with other modern and ancient genetic data. “Our results are suggesting that the current inhabithants of Sardinia are poorly related with local Mesolithic people; rather, their genetic variation may derive from a Neolithic contribution from continental Europe” says David Caramelli. The study further shows that in Prehistoric times the genetic make-up of the island was already rather peculiar. The Mesolithic sequences indeed belong to mitochondrial groups that are now rare, or extremely rare, in Europe.
Many questions are still to be addressed about the complex history of colonization and migrations in Sardinia, as well as in the rest of Europe. Presenting the most ancient genetic data of the island, this study clears the ground for future researches, and highlights the importance of ancient DNA data to correctly reconstruct past populations’ dynamics.

24 febbraio 2017

Scala su Ape. Carloforte. Isola di San Pietro (Sardegna)

Equilibrio precario? Scala mobile? Ape operaia?

Ape. Carloforte. Foto: Andrea Mameli


Ape. Carloforte. Foto: Andrea Mameli

20 febbraio 2017

La scienza nei social media (corso "Comunicare la ricerca", 10lab, Parco Tecnologico della Sardegna, 21 febbraio 2017)

Domani pomeriggio fornirò qualche esempio di come si possono usare i social media per raccontare la scienza e mostrerò le mie armi nella guerra contro la disinformazione.
Appuntamento alle 14:30 Martedì 21 Febbraio 2017 nell'edificio 10 del Parco Tecnologico della Sardegna: lo spazio interattivo per la scienza e l'innovazione 10lab.




07 febbraio 2017

La democrazia delle api. Gli insetti ci insegnano cura, bellezza, ecologia

Tra la frivola Ape Maia e la seria Apis Mellifera si aprono un bel po' di universi da conoscere. È la constatazione, solo in apparenza banale, con la quale Daniele Barbieri, firma storica di questo giornale, chiude la prefazione al libro di Barbara Bonomi Romagnoli “Bee Happy. Storie di alveari, mieli e apiculture”. E che non sia banale lo dice anche il Nobel per la Medicina conferito nel 1973 a Karl von Frisch, il biologo austriaco che decifrò le regole di comunicazione delle api. Barbara Bonomi Romagnoli, giornalista e apicultrice “con la passione per le api e i femminismi” (e lo di vede quando usa la parola insette), si è avvicinata alle api grazie all'esempio del padre che a sua volta aveva appreso l’arte da uno zio, prete benedettino e apicultore.  
Perché nel libro non si parla di apicultura ma di apiculture?
«Uso il plurale perché la comunità apistica umana è molto variegata: migliaia di donne e uomini molto differenti per storie, esperienze e età che, soprattutto negli ultimi anni, sono arrivati a occuparsi di api con alle spalle professioni diverse. La nostra generazione di quarantenni a un certo punto ha pensato a dei Piani B e questo arricchisce il mondo apistico anche di competenze e visioni nuove. Ad esempio, si è creata una rete nazionale che lavora su apicoltura e didattica, perché le api costituiscano un universo valoriale importante per le nuove generazioni: si parla di protezione dell'ambiente, di redistribuzione del lavoro di cura, di bellezza, senza le api e il loro lavoro di impollinazione non avremmo la varietà di fiori che abbiamo. E mi piace usare il plurale anche perché al di là di alcune tecniche apistiche comuni, questo mondo rispecchia, come in altre categorie umane, un po' tutto l'arco costituzionale. Ecco, in questo libro, racconto quella che considero la "società civile" apistica, attenta ai temi dell'ecologia, dell'inclusione, dello scambio di saperi.»  
Cosa resta ancora da studiare sulle api?
«Non si conosce ancora perfettamente il funzionamento della "mente collettiva", quel processo per cui nell'alveare le decisioni non le prendono le singole insette ma la comunità tutta, così come il loro complesso sistema di scambio di informazioni o quali emozioni o sentimenti esse provino. Sappiamo con certezza però che l'uso di molti pesticidi ha effetti pesanti sul loro sistema cognitivo e riproduttivo, per questo la comunità apistica è da anni impegnata anche a livello europeo per far sì che vengano vietati. Abbiamo capito che nell'avvicinarci a queste insette è importante non cercare ostinatamente di ritrovare nell'alveare le nostre dinamiche umane. Il luogo comune vuole un mondo di api dominato da una regina e fino alla scoperta del microscopio si parlava di re, non fosse mai una femmina come capa! Invece è davvero una comunità molto democratica e che vive di continui scambi, simbolici e materiali.»  
Il libro rende un doveroso omaggio a Cristina Caboni, autrice di un romanzo di successo "La custode del miele delle api" e dedica alcune pagine alla Sardegna. Cosa c’è di particolare nella nostra isola, per chi ama l’Apis Mellifera?
«Della Sardegna mi ha affascinato la storia delle donne che cantavano alle api: Cristina Caboni mi ha raccontato di questa tradizione delle donne sarde che si avvicinavano agli alveari cantando una melodia che in qualche modo "rassicurava" le insette, era una storia intrigante anche perché ho sperimentato su campo che le api sentono i nostri ormoni e quando lavoro con loro nei giorni del ciclo mestruale mi si avvicinano pacatemente quasi quell'ormone dicesse loro qualcosa. Aver avuto prova di questo canto dalla zia del collega Manias è stata una grande emozione, rafforzata dall'aver visto questa donna di circa 90 anni ancora desiderosa di mettersi al lavoro in laboratorio, quando l'ho conosciuta era tempo di smielatura e lei contenta dietro il banco da lavoro.»

ANDREA MAMELI
articolo pubblicato il